Curiosità

Il 95% degli individui legge ad un tasso compreso tra le 200-400 parole al minuto, secondo una ricerca fatta dal professore dell’Università del Massachusetts, Amherst Dr Keith Rayner. Tuttavia, esiste un piccolo numero di persone che afferma di poter leggere molto più velocemente, utilizzando alcune tecniche di “lettura veloce”. Con poco sforzo, troverete in internet molte aziende che sostengono che, seguendo i loro metodi, si può facilmente leggere anche oltre le 1.000 parole al minuto.

Tim Ferriss, autore del famoso libro “Four Hour Work Week” (Quattro ore di lavoro a settimana), offre un metodo per aumentare la velocità di lettura, gratuitamente, sul suo sito, sostenendo che, applicandolo, si avrà un aumento medio della velocità di lettura del 386% in appena tre ore di pratica.

Quindi, tutto questo è davvero possibile?

Quando si tratta di leggere, la comprensione è tutto. Leggere velocemente, ad esempio dimezzando i tempi, non serve a nulla se, alla fine della pagina, non si è capito o memorizzato quanto appena letto. E’ questo aspetto, molto importante, che non viene considerato dalla maggior parte dei programmi di lettura veloce. Gli studi sull’argomento hanno ripetutamente dimostrato che, chi legge velocemente, peggiora la comprensione del testo scritto rispetto a chi, il testo, lo legge ad un ritmo più lento.

Forse il più famoso test riguardo a questo argomento è stato condotto dal dottor Ronald Carver, autore di “The Causes of High and Low Reading Achievement” (Aspetti dell’alta e bassa velocità di lettura). Tra i molti studi che il dottor Carver ha fatto, nel corso degli anni, in cerca dei collegamenti tra velocità di lettura e comprensione, ha analizzato i migliori lettori veloci, scegliendoli, tramite test, attraverso un folto gruppo di studenti universitari, che eccellevano per la loro abilità di lettura e comprensione. Ha poi anche selezionato delle persone i cui lavori richiedevano eccezionali quantità di lettura quotidiana, come alcuni giornalisti del New Yorker e, infine, ha coinvolto alcune persone, molto dotate, che si erano costruite una buona reputazione per la loro abilità nella lettura.

Carver, in questo modo, ha cercato di raccogliere il meglio degli individui che dimostravano una grande attitudine per la lettura veloce, pur mantenendo alti livelli di comprensione. Voleva vedere se davvero questo gruppo selezionato, quando testato in modo scientifico e rigoroso, aveva un’abilità molto superiore a quella di un normale individuo con un normale livello di educazione scolastica.

Le conclusioni dello studio furono che nessuno del gruppo selezionato poteva raggiungere una comprensione di lettura del 75% – livello C (medio) – durante una lettura veloce (sopra le 600 parole al minuto). Va sottolineato ancora una volta che Carver ha selezionato meticolosamente i candidati del suo studio per trovare il meglio del meglio in termini di lettori veloci. E il meglio di quel gruppo poteva solo raggiungere una media di C in termini di comprensione, con una lettura soltanto di 1/3 più veloce di quella che è considerata generalmente la normale velocità di un lettore di media cultura.

Si può anche citare il professore Keith Raynor, autore di “Eye Movements and Information Processing During Reading: 20 Years of Research” (Movimenti oculari ed elaborazione delle informazioni durante la lettura: 20 anni di ricerca), “pochissime persone possono leggere più velocemente di 400 parole al minuto e, qualsiasi guadagno, probabilmente causerebbe un’inaccettabile perdita di comprensione del testo”.
Il Dr. Raynor continua, “probabilmente, si può spingere per ottenere un po’ più di 500 parole al minuto ma, poi, ci si scontra con un limite anatomico che riguarda l’occhio e la retina. Infatti, per comprendere il testo scritto, è necessario spostare gli occhi per metterlo a fuoco e, questa messa a fuoco, comprende un intorno limitato di parole, oltre a queste, non c’è più una visione nitida. Un altro fattore limitante è la velocità con cui il cervello è in grado di elaborare le informazioni.”

Molte tecniche di lettura veloce tentano di concentrarsi sulla diminuzione dei movimenti dell’occhio che, in media, prende circa un decimo di secondo per ogni movimento. Queste tecniche ritengono che sia possibile ridurre il numero di movimenti oculari e di fare cose come leggere due righe per volta o memorizzare molte parole prima di muovere gli occhi. Ma, come nota Raynor, “si può anche affermare che è possibile prendere maggiori informazioni per ogni messa a fuoco dell’occhio, ma non c’è nessuna prova di quali benefici reali si possano ottenere. Per quanto ne sappiamo, la fisiologia della retina ci insegna che non si possono visualizzare due righe di testo allo stesso tempo, o cose simili.”

Un altro comune metodo di lettura veloce è quello di eliminare la vocalizzazione, memorizzando in testa le parole. Raynor osserva che questo può aiutare ad aumentare la velocità ma, alla fine, “la ricerca mostra che quando ci si prova, e il testo è difficile, la comprensione peggiora inesorabilmente.”

Essenzialmente, il cervello ha bisogno di un certo tempo, non solo per vedere la parola, ma anche per comprenderne il significato. Risparmiare tempo, non vocalizzando o memorizzando tante parole su una pagina, non aiuta a comprendere il significato del testo e, sopratutto, a ricordarselo. Ognuno ha sperimentato qualcosa di simile mentre legge ma, tutto ciò che si ottiene, quando si arriva in fondo ad una pagina, è di rendersi conto di non avere idea di quello che si è appena letto, anche se gli occhi hanno visualizzato tutte le parole.

In aggiunta, sia Carver che Raynor, hanno scoperto che, mentre di sta leggendo, non è possibile eliminare completamente la vocalizzazione. Questo è stato dimostrato tramite sensori elettromagnetici posizionati nella gola. Questo esperimento ha dimostrato che, quando si stanno visualizzando le parole nella propria testa, il cervello invia impulsi nervosi ai muscoli della gola che controllano la voce; questo fatto non si nota visivamente, ma è registrato tramite i sensori elettromagnetici. Anche per i migliori lettori veloci, che affermano di avere eliminato la vocalizzazione, dati alla mano, si può affermare che ciò non è completamente vero.

La capacità di visualizzazione degli occhi e le possibilità di elaborazione del cervello hanno dei limiti, che non è possibile superare. Se le parole vengono visualizzate troppo velocemente, la capacità di comprenderne il loro significato e ricordarselo declina bruscamente.

Quindi, anche se si mettono in atto tecniche di visualizzazione veloce con un lavoro sugli occhi, per esempio, aumentando il numero di parole lette per ogni posizionamento dell’occhio, rimane il problema di quanto velocemente il cervello, in realtà, possa elaborare una parola. Infatti, questi metodi tendono a sovraccaricare la capacità di comprensione del cervello, al quale è impedito di soffermarsi sulle parole più difficili, che non conosce perfettamente. Inutile dire che poi il livello di comprensione generale del testo tende ad essere piuttosto carente e non perfettamente soddisfacente.
Per cui, un vero metodo per aumentare le proprie abilità come lettore, non a livelli sbalorditivi ma, almeno, essere nella parte superiore dell’intervallo di 200-400 parole al minuto, è di lavorare sul proprio vocabolario, perché ciò aumenta la capacità di vedere una parola e comprenderne, da subito, il significato. Ciò si ottiene, semplicemente, leggendo molto e, come detto, aumentando il proprio vocabolario di parole conosciute.
L’aumento della velocità di lettura legato alla conoscenza di un ricco vocabolario di parole può essere misurata anche direttamente tramite il monitoraggio degli impulsi nervosi sui muscoli della gola e della lingua, mentre si legge in silenzio. È stato verificato che, quando si incontra una parola che non si conosce perfettamente, si sub-vocalizza molto più lentamente di quando si incontrano parole che si conoscono perfettamente.

Un altro vantaggio di avere un ampio vocabolario di parole conosciute, è quello di ridurre il numero di volte che gli occhi devono tornare indietro per rileggere una frase dove si è trovata una parola difficile o, peggio ancora, sconosciuta.

Quindi, dopo tutto quanto detto, è possibile che, nel mondo, ci sia qualcuno che, legittimamente, possa vantarsi di leggere molto più velocemente di tutti gli altri? La risposta è sì. Questo qualcuno esiste ma, purtroppo, per noi comuni mortali, non è possibile imitarlo, perché egli usa processi mentali che non possono essere replicati. Per esempio, Kim Peek, soprannominato “l’erudito” o il “Google umano”, che è stato l’ispiratore del film “Rain Man”, è un esempio ben noto di capacità straordinarie. L’abilità mentale di Peek è stata oggetto di studio nel corso degli anni ed è anche ben documentata la sua possibilità, apparentemente senza sforzo, di memorizzare tutte le informazioni contenute in una determinata pagina, con notevole velocità.
Esattamente, non è mai stato testato sulla lettura veloce, cioè, quante parole al minuto poteva leggere, con una quasi perfetta comprensione del testo; tuttavia, secondo suo padre che, necessariamente, doveva essere la sua “ombra”, Kim poteva leggere una pagina in circa dieci secondi, dopo di chè, avrebbe potuto ripeterla, quasi perfettamente, anche dopo anni.

Kim, questa sua un’abilità, è stato felice di dimostrarla, per oltre due anni, in varie “performances”, davanti a mezzo milione di persone nel corso di varie lezioni in sale per conferenze e librerie attraverso gli Stati Uniti d’America. Una volta che è divenuto celebre, dopo il film “Rain Man”, egli si fermava spesso in strada con sconosciuti per dimostrare la sua sorprendente memoria e abilità di elaborazione dati. Questo era uno dei pochi modi che conosceva, in quanto affetto da autismo, per interagire socialmente con gli altri.

Le capacità di Peek, si pensa siano l’effetto collaterale di un grave difetto congenito (cioè presente sin dalla nascita) per cui le connessioni tra i due emisferi del cervello non si sono sviluppate correttamente e, per compensare tali mancanze, nel suo cervello, si sono create connessioni anomale ed insolite lasciandolo, mentalmente e fisicamente, affetto da molte disabilità, ma anche dandogli una memoria davvero eccezionale.

In conclusione, se si considera la “sintesi di lettura” piuttosto che la “lettura veloce”, è assolutamente possibile incrementare, anche significativamente, la possibilità di comprensione del testo. Un esempio comune, molto semplice è quello di leggere solo l’inizio di ogni paragrafo di un libro. Si otterrà, così, un’idea generale del capitolo, senza bisogno di leggerlo completamente.

Ma se tu, che stai leggendo, stai firmando la partecipazione ad un corso dove si sostiene che ti insegneranno a leggere 1.000 o più parole al minuto, con la stessa comprensione di quando si legge a ritmo normale, stai buttando via i tuoi soldi e rimarrai dolorosamente deluso dai risultati che realmente potrai ottenere. Questi corsi semplicemente, o ti stanno vendendo fumo o, quelli più seri, ti stanno per insegnare a riconoscere rapidamente, in un testo, le cose da ignorare e le cose su cui prestare la massima attenzione.
La scrematura del testo, cioè non leggere ciò che è secondario, può essere un’abilità estremamente preziosa in alcune circostanze, ma, comunque, non aspettarti di ottenere il livello di comprensione del testo che otterresti leggendo tutta la pagina ad un ritmo normale. Dopo un certo punto, più si va veloci, meno si capisce o, in seguito, meno si ricorda.

Il Triangolo delle Bermuda è una vasta area dell’oceano tra la Florida, Puerto Rico e Bermuda. Nel corso degli ultimi secoli, decine di navi e aerei sono scomparsi in circostanze misteriose nella zona, che si è guadagnata il soprannome di Triangolo del diavolo. Alcune persone hanno ipotizzato che potrebbe essere un’area di attività extra-terrestre, oppure che potrebbe trattarsi di una bizzarra, quanto pericolosa, causa scientifica naturale; ma molto probabilmente, è semplicemente un’area in cui si sono verificati episodi sfortunati — l’idea di essere di fronte ad un “vortice del mistero” non è una ipotesi più reale di quella dello Yeti o del mostro di Loch Ness.

La verità sul triangolo delle Bermuda - Mappa - TOP5

La cattiva reputazione del triangolo delle Bermuda è iniziata con Cristoforo Colombo, che nel suo diario dell’8 ottobre 1492, scrisse che guardando la bussola aveva notato strani movimenti. Egli, in un primo momento, non avvisò l’equipaggio, perché avere a bordo una bussola che non puntava al nord magnetico, poteva gettare nel panico i marinai. Probabilmente, fu una decisione giusta, considerando che tre giorni più tardi, quando Colombo avvistò semplicemente una strana luce, l’equipaggio voleva tornare in Spagna.

Questo ed altri problemi segnalati dalla bussola di Colombo, hanno dato origine alla diceria che le bussole non funzionino nel triangolo delle Bermuda, ma non è corretto, o perlomeno, è un’esagerazione, come si vedrà. Nonostante questo, nel 1970 la Guardia costiera, tentando di spiegare le ragioni delle sparizioni nel triangolo, ha dichiarato:

In primo luogo, il “triangolo del diavolo” è uno dei due posti sulla terra dove una bussola punta al “nord vero” mentre, normalmente, punta verso il “nord magnetico”. La differenza tra i due poli è nota come “variazione bussola”. Questa variazione rappresenta circa 20 gradi che, se non compensata, potrebbe portare un navigatore fuori rotta ed in seri guai.

Tutto questo è vero, ma ritenere la “variazione bussola” come la spiegazione per le sparizioni nel triangolo, non è corretto perché la variazione magnetica è un fenomeno che i comandanti di navi (e gli esploratori) hanno conosciuto ed affrontato sin dai tempi remoti, quando ancora non era stata scoperta la bussola. Quindi, questo problema, non può in alcun modo preoccupare un navigatore esperto.

Nel 2005, la Guardia costiera è ritornata sulla questione, dopo che un produttore TV di Londra ha realizzato un programma sul “triangolo delle Bermuda” ed ha affermato:

In molte pubblicazioni sono elencate insolite proprietà magnetiche che si verificherebbero entro i confini del triangolo. Pur considerando che i campi magnetici del mondo sono in continuo mutamento, il “triangolo delle Bermuda” è rimasto, nel tempo, relativamente indisturbato. È vero che alcuni eccezionali valori magnetici sono stati segnalati all’interno del triangolo stesso, ma questo non fa del triangolo un posto più insolito rispetto a qualsiasi altro sulla terra.

La verità sul triangolo delle Bermuda - un falso mito - TOP5

La moderna leggenda del “triangolo delle Bermuda” inizia nel 1950, quando è stato pubblicato dalla Associated Press un articolo scritto da Jones Edward Van Winkle. Jones segnalò diverse scomparse di navi e aerei nel triangolo delle Bermuda, tra cui cinque aerosiluranti della US Navy che scomparvero il 5 dicembre 1945 e gli aerei di linea “Star Tiger” e “Star Ariel”, scomparsi rispettivamente il 30 gennaio 1948 e il 17 gennaio 1949. In tutto, circa 135 persone risultarono disperse. Come disse Jones: “Esse erano sparite senza lasciare alcuna traccia.”

Nel 1955 un libro, The Case for UFO di M. K. Jessup, iniziò a puntare il dito verso forme di vita aliene: dopotutto, di corpi o relitti non ne erano stati trovati.
Nel 1964 fu Vincent H. Gaddis che coniò il termine “Triangolo delle Bermuda”. Ma, l’ossessione del triangolo ha colpito il suo picco nei primi anni settanta, con la pubblicazione di diversi libri sull’argomento, tra cui il bestseller di Charles Berlitz, “Il triangolo delle Bermuda”.

Tuttavia, Larry Kusche, che pubblicò nel 1975 “Il mistero del triangolo delle Bermuda”, ha sostenuto che alcuni autori hanno esagerato coi numeri pubblicati perchè non si sono adeguatamente documentati, presentando alcuni casi di scomparsa come “misteri”, quando non lo erano affatto. Inoltre, segnalarono casi che non erano nemmeno accaduti all’interno del triangolo delle Bermuda.

Dopo avere studiato adeguatamente la questione, Kusche ha concluso che il numero di sparizioni avvenute all’interno del triangolo delle Bermuda non era in realtà maggiore di un qualsiasi altro settore dell’oceano e che molti scrittori hanno fatto disinformazione (come non denunciare le tempeste che si sono verificate lo stesso giorno delle sparizioni), contribuendo a creare una storia sensazionale, ma non realistica. In breve, gli autori precedenti che si erano cimentati nella descrizione dei misteri del triangolo, non hanno fatto ricerca e, consapevolmente o involontariamente, si sono letteralmente inventati gli avvenimenti.

Il libro ha fatto un lavoro approfondito sfatando il mito del triangolo e dando una spiegazione plausibile ed approfondita ai tanti misteri e scomparse che si sono susseguiti nell’area. Tuttavia, altri autori, come Berlitz, confutarono i risultati di Kusche e ritornarono a parlare di fenomeni inspiegabili e, anche oggi, sono trasmessi programmi televisivi e film che continuano a tramandare il mistero del triangolo delle Bermuda.

Poiché il numero di sparizioni nel triangolo delle Bermuda è non superiore a qualsiasi altra area degli oceani presenti nel pianeta Terra, siete ancora convinti che questa area sia un cimitero per navi e aerei, che non trovi paragone in altre zone di mare aperto?
La maggior parte delle sparizioni può essere semplicemente attribuita alle caratteristiche uniche della zona. In particolare alla corrente del Golfo, una corrente che scorre dal Golfo del Messico, costeggia la Florida e si dirige verso l’Europa. Questa corrente calda rende l’oceano Atlantico estremamente turbolento ed un disastro, come un naufragio, può essere cancellato rapidamente, eliminando qualsiasi tangibile prova di quello che è successo.

Poi, occorre considerare le imprevedibili tempeste del Mar dei Caraibi, che danno vita ad onde di enormi dimensioni, gli uragani e tifoni, che flagellano periodicamente la zona. Tutte queste cause possono sicuramente portare a disastri per navi ed aerei che si trovassero a percorrere questa zona.
Inoltre, la topografia del fondale oceanico nell’area incriminata varia da vasti banchi in acque superficiali ad alcune delle trincee marine più profonde al mondo, con forti correnti che modificano i fondali e creano nuovi pericoli per la navigazione.
Infine, occorre non sottovalutare il fattore umano. Un gran numero di imbarcazioni da diporto viaggia tra le coste del Golfo del Messico, della Florida e delle Bahamas (una delle aree più densamente popolate al mondo) e spesso, chi si avventura in mare, non ha imbarcazioni sufficientemente sicure, oppure sono troppo piccole, oppure non conosce i reali pericoli di quest’area di mare, oppure non ha sufficiente esperienza di navigazione.

Anche se non hai mai studiato astronomia, la parola solstizio d’estate ti suona familiare, eccome. E ti fa pensare subito ad un evento particolare: il giorno più lungo dell’anno. Il solstizio d’estate, che si verifica sempre tra il 20, il 21 o il 22 Giugno, è una giornata speciale, quella con più ore di luce in assoluto. Perché? Parola all’astronomia, che ce lo spiega in quattro e quattr’otto.

Il solstizio d’estate è un fenomeno che ha come attori protagonisti: il Sole, la stella che più ci manca d’inverno, quando piove e il cielo è plumbeo; l’eclittica e la declinazione –non quella latina, che ti faceva disperare a scuola!-. Nel corso dell’anno il Sole compie il suo giro lungo l’eclittica, ossia quel cerchio intorno alla terra che rappresenta il percorso del Sole, il suo “binario” di moto. Durante il solstizio d’estate il Sole, che si muove nell’eclittica, viene a trovarsi nel suo punto massimo di declinazione positiva (la declinazione è la distanza angolare tra l’equatore e un punto qualsiasi della Terra. In pratica, una coordinata equatoriale).
Ecco come funziona l’evento che segna l’inizio dell’estate! La particolarità del solstizio d’estate è che ritarda ogni anno di circa 6 ore e rappresenta allo stesso tempo il giorno di massima luce e l’inizio della fase calante dell’anno: infatti da questo momento in poi le ore di luce si accorceranno sempre più. È una fase che ha il suo climax il 21 Dicembre, quando si verifica il solstizio d’inverno, cioè lo start vero e proprio della stagione fredda e la notte più lunga dell’anno.
E ora un po’ di storia del nome, per i più curiosi. Si dice che tutte (o quasi) le parole derivino dal greco, ma anche il latino ha avuto la sua forte influenza nel lessico italiano (e non solo) e, nel caso del solstizio, ne ha determinato il significato. Solstizio viene infatti dal latino sol sistere, che in breve vuol dire “sole stazionario”, “sole che si ferma”. In effetti, durante il solstizio d’estate, il Sole sembra proprio fermarsi o stazionare in uno stesso punto fino al 24 Giugno, illuminando così la giornata per poco più di 15 ore di fila.

Solstizio d’estate: tra leggende, storia, simboli e magia

Per tutte queste caratteristiche che hai appena letto, il solstizio d’estate non è un giorno qualsiasi. Non lo è mai stato neppure in antichità. Il solstizio d’estate, l’inizio della stagione calda, è sempre stato ammantato da una patina di magia, mistero, leggenda… E in passato ha ricoperto una carica simbolica fortissima, che ha lasciato il segno fino ad oggi.
Pensa solo a Stonehenge, uno dei monumenti preistorici più famosi del mondo. Questa costruzione neolitica si trova in Inghilterra, nei pressi di Amesbury, nella contea di Wiltshire. Ti stai chiedendo cosa c’entri col solstizio d’estate? C’entra eccome perché per i teorici e sostenitore del New Age, in realtà Stonehenge è più di un tempio druidico: è una sorta di calendario.
Ebbene sì: Stonehenge, questa formazione circolare di pietre gigantesche poste in posizione eretta e sormontate da una lastra orizzontale, in realtà sarebbe stata edificata con un obiettivo specifico: fungere da primitivo osservatorio astronomico. Al centro dei megaliti infatti si trova la Heel Stone, a casa nostra “pietra del tallone”, un asse orientato strategicamente intorno al quale le pietre sarebbero state allineate con cura per sintonizzarsi coi primi raggi del solstizio d’estate. In più lo specifico schieramento dei megaliti si dice che servisse a prevedere le eclissi di Luna e di Sole.
Verità? Speculazioni e basta? Fatto sta che il solstizio d’estate fa parlare di sé fin dai tempi antichi. Veniva festeggiato anche dagli Inca: Cuzco con i suoi Mojones aiutava l’impero Inca a tenere conto di solstizi ed equinozi. Ancora oggi in Perù, proprio a Cuzco, in occasione del solstizio d’estate si festeggia Inti Raymi, cioè la divinità Sole. Fuochi d’artificio, piatti della tradizione locale come il chicharròn, allietano i partecipanti che si riuniscono a Qorikancha: qui, nell’antico tempio del Sole, gli incas celebravano la Terra e oggi rivivono gli antichi rituali. In Sudamerica il solstizio d’estate era fondamentale anche per un altro popolo, quello dei Maya. I Maya dedicavano una particolare attenzione allo studio dei corpi celesti e all’osservazione dei fenomeni astronomici e così avevano edificato El Caracol, il monumento che era una sorta di osservatorio celeste, utile ai sacerdoti per monitorare i solstizi, ovvero l’annuncio dell’arrivo dell’estate e dell’inverno.
Ma il culmine del sole nello Zenit era festeggiato anche a Roma: la tradizione romana testimonia che i due solstizi –quello d’inverno e quell’estate- fossero rappresentati dal dio Giano bifronte. Giano, la celebre divinità dai due volti, era il custode e il garante del passaggio da un fenomeno astronomico all’altro. Il solstizio d’estate era, insomma, quasi una porta magica che trasportava gli uomini da un mondo a un altro.
Il solstizio d’estate era una festa pagana, cui ad un certo punto si è innestata la religione. Ecco come. Il 24 Giugno, secondo il calendario liturgico, nasceva Giovanni il Battista. Secondo la cristianità, tra i suoi tratti distintivi ci sono il fuoco e soprattutto l’acqua, in quanto Giovanni Battista sarà colui che poi battezzerà Gesù. Per la tradizione pagana e contadina, la festa del solstizio d’estate si sposava con il fuoco, rappresentato dai rituali dei falò, e l’acqua, simbolizzata dalla rugiada che si raccoglieva su erba e piante –la rugiada era considerata quasi miracolosa; propiziava la fertilità, faceva ringiovanire… Insomma, aveva quasi proprietà magiche-. Ecco allora che attraverso i simboli che accompagnavano il Santo ed erano compatibili con quelli del rituale pagano, la festa di San Giovanni si interpose e sovrascrisse all’antica tradizione.
E quindi addio anche al Giano bifronte della romanità, sostituito dai due cristiani Giovanni: il Battista e l’Evangelista, ognuno per una Porta solstiziale.
A proposito di Porte: anche nell’antica Grecia i due solstizi, il solstizio d’estate e quello d’inverno, erano viste come due porte. Il solstizio d’estate era la porta degli uomini, mentre il solstizio d’inverno era la porta degli Dei.
Ancora oggi il solstizio d’estate è velato di magia e mistero e in tutt’Italia non mancano feste in onore del primo giorno d’Estate.

Uno dei primi osservatori astronomici: Stonehenge
Uno dei primi osservatori astronomici: Stonehenge

Il solstizio d’estate nella letteratura , nel cinema… E su Google!

Il solstizio d’estate è magia, anche letteraria. Per la sua unicità, la midsummer o notte di mezza estate è diventata il titolo e l’atmosfera perfetta per un’opera del drammaturgo e poeta anglosassone William Shakespeare: parlo della commedia Sogno di una notte di mezza estate. La midsummer così enigmatica, così carica di mistero e spiritualità, è l’ambientazione ideale in cui poter collocare sogni, sortilegi, boschi incantati, fate e reami immaginifici. Il solstizio d’estate diventa come una porta tra reale e fantastico, nella commedia più tradotta per il grande schermo di Shakespeare.
Il Sogno di una notte di mezz’estate ha ovviamente ispirato una montagna di trasposizioni cinematografiche. Prendiamo, ad esempio, l’omonimo Midsummer night’s dream del 1999. Diretto da Michael Hoffman, aveva come protagonisti Michelle Pfeiffer nel ruolo di Titania e Rupert Everett nei panni di Oberon (Oberon e Titania sono rispettivamente Re e Regina delle fate). Curiosità: le riprese sono state fatte in Italia, principalmente tra Cinecittà, Montepulciano e Sutri.
Shakespeare a parte, sai chi altro ha scritto della notte più breve dell’anno? Rosamunde Pilcher. L’autrice originaria della Cornovaglia ha scritto moltissimi romanzi –curiosità: è universalmente riconosciuta come scrittrice di romance, romanzi a tema sentimentale, amoroso- tra cui un libro intitolato Summer Solstice. Il suo solstizio d’estate è diventato anche un film, nel 2005: qui ritroviamo i protagonisti già conosciuti nel Solstizio d’inverno e, nella versione cinematografica, tra il cast compare anche l’attore italiano Franco Nero.
Il solstizio d’estate è protagonista di un’altra storia, quella narrata da G.M. Frazier nel suo summer solstice, appunto. Siamo nel 1994 e Jim Aiken, un professore di Storia, ha perso sua moglie due anni addietro. È pronto a ritirarsi un’altra estate nel suo rifugio, la sua casa delle vacanze, ma poi incontra Joyce Brandeis e il figlio Nick. Chissà che non sia l’occasione, il solstizio d’estate, per ritrovare la voglia di amare, ancora?
L’evento astronomico è fatto anche per essere cantato in versi. Stacie Cassarino, poetessa americana contemporanea nata nel 1975, ha ritenuto giusto che il solstizio d’estate, con la sua magia patina di mistero, spiritualità ed esoterismo, diventasse il centro focale di una poesia omonima: Summer Solstice. Così come nella sua raccolta Zero at the bone, i paesaggi verdi di Giugno, l’acqua, l’aria fragrante di odori fruttati diventano il background dove si fondono le sue storie d’amore in cui l’happy ending è bandito.
Passando alla musica, è difficile ricordare una canzone particolare legata al solstizio d’estate, ma è facile -specie per i fan della band- riconoscere nella parola “solstizio” il titolo del singolo di una famosa band italiana: parlo di Solstizio dei Marlene Kuntz, lanciato nel 2013. Dopo ben tre anni di assenza dalla scena musicale, la band con Cristiano Godano è ritornata in pista, e l’ha fatto in modo particolarissimo: pubblicando il suo atteso singolo proprio il giorno del solstizio d’estate!
Il solstizio estivo, che il 2013 è caduto di 21 Giugno, ha segnato insomma l’arrivo dell’estate e col ritorno del Sole anche quello dei Marlene Kuntz, che ha spaccato il secondo. In Italia l’inizio del giorno più lungo dell’anno era stato calcolato per le 7.04 e giusto in quel momento è uscito il singolo Solstizio. La band ha dato l’annuncio della pubblicazione della new song su Facebook, invitando i fan della pagina ad ascoltare con calma e con “gli auspici dell’alba” la canzone. E augurando a tutti, naturalmente, buonissima fortuna.
Ma il solstizio d’estate è musica, cinema, teatro, astronomia, letteratura e… Un doodle di Google. La Big G nel 2013 ha festeggiato l’arrivo del primo giorno d’estate con uno dei suoi divertentissimi doodle. Magari l’hai già rimosso dalla memoria, e allora te lo descrivo veloce-veloce: per il 21 Giugno –sì, il 2013 ha avuto il suo solstizio d’estate il 21- Cristoph Nienann ha realizzato un’animazione a tema sole, mare e vacanze, con un gruppetto di 5 bagnanti tutti intenti a divertirsi in acqua. Proprio vero che il primo giorno d’estate, e il solstizio, è un avvenimento speciale, da festeggiare anche in versione 2.0. (continua sotto…)

Mentre la nascita del World Wide Web (WWW) può essere attribuita ad una sola persona, l’invenzione e lo sviluppo di internet è il risultato del lavoro di più persone che ci hanno lavorato sia singolarmante che in gruppo; il periodo è quello della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’URSS. Dopo che l’Unione Sovietica era riuscita a mandare il primo satellite nello spazio, lo Sputnik1 il 4 Ottobre del 1957, il governo Americano, anche per rispondere a fatti come questi, nel 1958 istituisce una nuova agenzia per lo sviluppo tecnologico, conosciuta oggi come DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency). L’obiettivo principale di questa agenzia era quello di evitare che L’URSS facesse progressi tecnologici senza che l’America ne fosse a conoscenza e studiare nuove tecnologie per sorpassare gli altri paesi.

Chi ha inventato internet - Licklider - TOP5
Uno dei padri di internet: J. C. R. Licklider

La necessità di scambiare dati e informazioni tra i centri di ricerca e le università portò alla definizione teorica di quello che oggi è alla base di internet; il padre di queste teorie è J. C. R. Licklider. La sua idea di base era quella di avere una rete di computer interconnessi tra di loro che potessero scambiarsi informazioni senza la necessità di collegare e configurare ogni singolo computer direttamente con un altro.

Il risultato di questa idea portò alla nascita di ARPAnet, una rete che collegava i computer presenti in 3 diverse università: MIT, Università di Santa Monica e l’Università della California.

Il periodo in cui nasce ARPAnet è importante per capire anche i requisiti che vengono sviluppati: il principale è quello di non avere un cervello centralizzato (che in caso di attacco nucleare potrebbe essere facilmente distrutto) ma di distribuire “l’intelligenza” della rete in ogni nodo. In questo modo anche in caso di distruzione di un nodo è possibile continuare a comunicare facendo girare il traffico su una strada diversa. Le basi teoriche di questa idea furono sviluppate dall’ingegnere Americano Paul Baran che pensò anche a come gestire l’invio delle informazioni: invece di mandare tutta l’informazione in una volta sola, si procede a suddividere l’informazioni in pacchetti più piccoli che vengono poi spediti nella rete.

Il primo utilizzo della rete ARPAnet risale al 29 Ottobre 1969 con una comunicazione tra UCLA e Stanford; come ricorda Leonard Kleinrock questo storico evento si svolse in questo modo:

Abbiamo telefonato ai ragazzi a Stanford, abbiamo scritto sulla tastiera la lettera L e chiesto:

“Vedete la L?”

“Si vediamo la L”, la risposta

Abbiamo scritto sulla tastiera la lettera O e chiesto:

“Vedete la O?”

“Si vediamo la O”, la risposta

Poi abbiamo scritto la lettera G e il sistema si è bloccato

Nonostante il piccolo problema iniziale questo è l’inizio della rivoluzione che in 40 anni cambierà il mondo.

L’email fu creata nel 1972 da Ray Tomlinson che implementò nella rete ARPAnet (che al tempo contava 23 computer interconnessi) la possibilità di mandare messaggi utilizzando il carattere @ per separare il nome di  chi deve ricevere il messaggio dal nome della rete in cui si trova.

Chi ha inventato internet - Vint Cerf - TOP5
1974: Vint Cerf and Bob Kahn pubblicano il documento che definisce il funzionamento del protocollo TCP

E’ nel 1974 che viene pubblicato ad opera di Vint Cerf and Bob Kahn il documento che definisce il funzionamento del protocollo TCP (Transmission Control Protocol, protocollo di controllo delle trasmissioni), che nel 1978 diventa TCP/IP (IP, internet protocol); tale protocollo è tutt’oggi utilizzato per far funzionare internet. Semplificando l’idea dietro questo protocollo si può dire che quello che fa è prendere il messaggio iniziale, dividerlo in pacchetti più piccoli e inviarlo tramite la rete; in fase di ricezione il messaggio iniziale viene ricostruito e nel caso che dei pacchetti si siano persi procede a richiederne il reinvio.

Un secondo tassello fondamentale per lo sviluppo di internet viene posto nel 1983 quando Paul Mockapetris propone l’utilizzo di un database distribuito che permetta di associare un nome ad un indirizzo IP; al tempo gli utilizzatori di ARPAnet si scambiavano un file di testo in cui era contenuta la lista degli indirizzi IP delle diverse università collegate. Con il crescere degli oggetti connessi la gestione manuale era oramai impraticabile. Paul propose l’adozione dei DNS (Domain Name System) per la gestione automatica dell’associazione indirizzo IP –  nome del dominio (ed è grazie a questo sistema che oggi possiamo raggiungere il nostro sito semplicemente scrivendo http://topcinque.com e non è necessario conoscere l’indirizzo IP che è qualcosa tipo 101.100.xxx.xxx).

Grazie alle tecnologie fino ad allora sviluppate nel 1989 Tim Berners-Lee inventa il World Wide Web, un sistema per distribuire le informazioni su internet. Quello che faceva unico questo sistema rispetto a quelli fino ad allora creati era la presenza di link all’interno delle pagine che permettevano il collegamento con altre informazioni all’interno della rete; era inoltre relativamente semplice implementare i web server e i web browser che tra l’altro erano stati rilasciati come risorsa opensource utilizzabile e modificabile da chiunque. Mentre costruiva questi nuovi oggetti che sarebbero diventati comuni nella tecnologia di tutti i giorni Tim Berners-Lee sviluppa anche il formato degli indirizzi URL, l’HTML (il linguaggio con cui sono costruiti i siti web) e l’HTTP (il protocollo alla base dei siti internet).

Un altro fattore che pesò enormemente sullo sviluppo di internet fu la rimozione dei vincoli all’uso commerciale di internet che avvenne a partire da quel periodo.

Su iniziativa del governo Americano, nel 1993, il team guidato da Marc Andreessen sviluppa Mosaic, uno dei primi browser (Al Gore al tempo Senatore fu promotore di questo progetto e si dice abbia detto riferendosi a questo fatto che “abbia creato internet”).

Mosaic non è stato il primo browser ma di sicuro il più famoso prima dell’arrivo di Netscape (che, tra l’altro, fu sviluppato da molti di quelli che avevano creato Mosaic).

Il primo browser è, di nuovo, merito di Tim Berners-Lee; il browser era molto valido ma aveva il grosso limite di funzionare solo su computer con sistema operativo NeXT (poco diffuso e molto costoso).

Praticamente Mosaic ripropose le funzionalità del browser di Lee rendendolo disponibile ad un pubblico molto più vasto.

Il resto, come si dice, è storia.

Il solstizio d’inverno, dal latino solstitium, letteralmente “arrestarsi del Sole” o “Sole fermo”, è il momento in cui il pianeta Terra si trova in una particolare posizione lungo la propria rivoluzione attorno al Sole, ovvero il giro intorno al Sole della durata di un anno, nel quale si considera conclusa la stagione autunnale ed inizia quella invernale. Da tale punto il Sole riscalda ed illumina in maggior misura l’emisfero australe rispetto all’emisfero boreale. Nell’emisfero nord i raggi solari arrivano, infatti, molto inclinati, mentre al di sotto dell’Equatore risultano quasi perpendicolari. La bassa inclinazione del Sole determina che il suo percorso diurno nel cielo sia estremamente breve e, di conseguenza, le giornate risultino essere le più brevi dell’anno. La minore permanenza temporale del Sole nel cielo, unitamente alla bassa inclinazione dei raggi solari, determina le basse temperature tipiche della stagione invernale.

Insieme al solstizio d’estate ed ai due equinozi di primavera ed autunno, il solstizio invernale suddivide il tragitto della rivoluzione terrestre in quattro quarti, che la Terra percorre impiegando tre mesi ciascuno. Tali periodi di tre mesi rappresentano le stagioni. Il termine solstizio indica, quindi, il momento in cui il Sole si arresta nel suo punto più alto. Il fenomeno è determinato dall’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica, il cammino apparente che il Sole traccia durante l’anno nel cielo. Il Sole raggiunge il valore massimo di declinazione positiva in occasione del solstizio d’estate, nel mese di giugno, mentre raggiunge il massimo valore di declinazione negativa in occasione del solstizio d’inverno boreale, nel mese di dicembre, corrispondente all’estate nell’emisfero australe.
L’inverno meteorologico è compreso tra l’1 dicembre ed il 28 febbraio, e comprende i tre mesi in cui generalmente si registrano le temperature più rigide dell’anno. A livello scientifico il solstizio invernale corrisponde invece all’inizio dell’inverno astronomico.
In termini astronomici, in tale periodo il Sole inverte il proprio moto nel senso della declinazione, ossia raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di declinazione massima. Il buio della notte raggiunge la massima estensione, si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Nell’emisfero australe invece avviene esattamente il contrario.

Solstizio d’inverno: come funziona?

Per capire il funzionamento del solstizio invernale, estivo e dei due equinozi, è necessario partire da qualche semplice concetto di astronomia. Il Sole resta sostanzialmente fermo, mentre la Terra gira intorno ad esso e ruota contemporaneamente su se stessa. Tale condizione determina che, dal pianeta Terra, si veda il Sole sorgere all’orizzonte all’alba ed attraversare il cielo fino a toccare nuovamente la linea dell’orizzonte verso sera. Lo spostamento del Sole viene definito moto apparente, poiché è determinato in realtà da come si muove il pianeta Terra.
Equinozi e solstizi sono determinati dalla posizione del pianeta Terra durante la sua orbita intorno al Sole. L’equinozio ha luogo nel momento in cui si intersecano il piano dell’equatore celeste, vale a dire la proiezione dell’equatore sulla sfera celeste, e quello dell’eclittica, ovverosia il percorso apparente del sole nel cielo. Viceversa, al solstizio tali punto sono quanto più distanti ed il Sole a mezzogiorno risulta essere alla massima o minima altezza rispetto alla linea dell’orizzonte.
Solstizi ed equinozi avvengono in un momento ben preciso, che, a causa della durata differente dell’anno solare e di quello del calendario, può subire una variazione di anno in anno sull’arco di uno o due giorni. Il solstizio d’inverno ha luogo tra il 21 ed il 22 dicembre. Nell’emisfero australe, invece, le stagioni risultano essere invertite e con quello che noi siamo soliti definire solstizio invernale ha inizio l’estate.

Solstizio d’inverno: 21 o 22 dicembre?

Per tradizione popolare il solstizio invernale è abitualmente associato al 21 dicembre, ma in realtà non è detto che cada sempre in tale giorno. L’anno solare ha una durata di 365 giorni 5 ore e 49 minuti, mentre l’anno civile, essendo necessariamente costituito da giorni interi, si ferma a 365 giorni. Ciò significa che ogni anno di calendario viene perso un lasso di tempo di circa 6 ore, che determina uno progressivo disallineamento rispetto ai fenomeni astronomici a ciclo annuo. Per recuperare tale discrepanza, ogni quattro anni viene aggiunto un giorno all’anno civile. Ciò comporta che il solstizio si verifichi ogni anno circa sei ore più tardi rispetto all’anno precedente. In caso di anno bisestile, mantenendosi invariato l’aumento annuale di circa sei ore, si avrà un salto all’indietro di un giorno, grazie all’introduzione del 29 febbraio. L’imperfezione del nostro calendario determina che il solstizio invernale oscilli tra il 21 ed il 22 dicembre. Ma l’inserimento di un giorno intero ogni quattro anni non riporta le cose al proprio posto. Si aggiunge qualcosa di troppo che si recupera ogni quattrocento anni. Pertanto, sul lungo periodo, l’oscillazione delle date del solstizio invernale non si limita al 21 ed al 22 dicembre ma sfora talvolta sia al 20 che al 23 dicembre. Il solstizio si è verificato il 23 dicembre nell’anno 1903, dando inizio ad una serie ininterrotta di 36 anni in cui è caduto sempre il giorno 22 dicembre. La prossima volta che il solstizio d’inverno avrà luogo il 20 dicembre sarà nell’anno 2080, alternandosi con il 21 dicembre fino al 2101 per por sparire dal calendario per circa quattrocento anni.
Riassumendo, l’orario preciso in cui si verifica il solstizio d’inverno tende a ritardare di circa sei ore ogni anno, per poi ritornare indietro negli anni bisestili, ed è per questo motivo che il solstizio invernale può manifestarsi il 21 o il 22 dicembre.

Che cos'è il solstizio d'inverno - Santa Lucia - TOP5

Santa Lucia: si tratta davvero del giorno più corto che ci sia?

La tradizione popolare ci ricorda che Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia, come recita anche un famoso proverbio. La festa di Santa Lucia cade però il 13 e non il 21 dicembre. Fino all’anno 1582 era in uso il Calendario Giuliano che, a causa di una serie di errori di arrotondamento, aveva perso di una decina di giorni il sincronismo con gli eventi astronomici e stagionali. In tale periodo il solstizio d’inverno cadeva proprio intorno al 13 dicembre. La riforma del calendario attuata da Papa Gregorio XIII nel 1582 determinò la soppressione dei dieci giorni eccedenti riportando il solstizio al 21 dicembre, vale a dire la sua data tradizionale.
Ma il proverbio “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia” è tutt’oggi usato, benché impropriamente. La necessità di ricordare l’evento solstiziale e di adeguarsi al nuovo calendario ha dato origine ad un nuovo proverbio, molto diffuso nel Veneto: “San Tomìo, il dì più corto l’è il mio”. Nel vecchio calendario ecclesiastico il 21 Dicembre si ricordava San Tommaso.
Tuttavia, è doveroso precisare che intorno al 13 dicembre si verifica realmente una riduzione della durata dei giorni. Al solstizio il sole tramonta un paio di minuti dopo rispetto al giorno di Santa Lucia, ma l’alba si verifica qualche minuto dopo. Anche se il sole tramonta dopo, resta al di sopra dell’orizzonte circa 2 minuti in meno rispetto al giorno 13 dicembre.
In definitiva, al momento il giorno più corto dell’anno non è il 13 dicembre. Il giorno più breve dell’anno coincide con il solstizio invernale, in cui il sorgere del Sole avviene qualche minuto dopo rispetto al 13 dicembre, avendo luogo alle 7.35. Il Sole resta pertanto sopra la linea dell’orizzonte un paio di minuti in meno rispetto al giorno 13 dicembre.
Dopo il solstizio, la notte più lunga dell’anno, le giornate ricominciano gradualmente ad allungarsi ed il buio della notte inizia a ridursi poco alla volta fino al solstizio d’estate, nel mese di giugno, quando hanno luogo il giorno più lungo dell’anno e la notte più breve. Nel solstizio invernale, quindi, il Sole giunge nella fase più debole in termini di luce e calore, e sembra quasi precipitare nell’oscurità, mentre il 25 dicembre il Sole pare rivivere. (continua sotto…)

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